Angolo della Spiritualità

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Lectio Divina della Solennità dei Santi Pietro e Paolo

giugno 28th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

Lectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…pietropaoloIn questa domenica la Chiesa celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo, apostoli del Vangelo, per cui la Liturgia ci offre un testo chiave, come è il cosiddetto vangelo della professione di fede di Pietro: Mt 16,13-19.

Iniziando la nostra lettura, troviamo che i personaggi sono soltanto Gesù e i suoi discepoli, dei quali viene nominato solo Pietro. Possiamo osservare che Gesù inizia un dialogo attraverso delle domande: la prima, più generica, dopo la risposta un po’ vaga dei discepoli, Gesù incalza con una domanda diretta, che richiede la loro personale posta in gioco. A questo punto risponde Pietro, e nel modo come lui risponde, si può intravedere che parla a nome di tutti, così come a tutti era rivolta la domanda. Gesù inizia allora con una lode verso Pietro, una beatitudine (macarismo tipico nei Sinottici) a cui segue una dichiarazione-mandato: dà a Pietro la potestà su una nuova realtà che ancora non è stata definita: la Chiesa di Gesù, infatti Egli la chiama “la mia chiesa”.

Ciò che segue: “le porte degli inferi non prevarranno…” è una dichiarazione che potrebbe essere letta attraverso due prospettive diverse: La prima è quella che situa questo racconto in Cesarea di Filippo, una cittadella a nord, alle pendici del Monte Hermon, oggi conosciuta come Baniyas. Lì, tra le grotte, vi era una rocca su cui Erode aveva costruito un tempio in onore a Cesare Augusto, un abominio per gli ebrei che credevano che, per via soprannaturale, sarebbe stata distrutta e gettata negli inferi. Dunque, Gesù facendo accenno alle porte degli inferi, che non prevarranno sulla sua Chiesa, probabilmente si riferiva a questo fatto ben conosciuto all’epoca. Ma anche, facendo una seconda lettura, si può comprendere che qui c’è una contrapposizione tra il regno di Dio, e il regno di satana. Gesù darà le chiavi del regno dei cieli a Pietro che ha avuto una rivelazione da Dio, e da questo momento, niente potrà interporsi all’azione di Dio, nemmeno gli inferi con tutta la loro crudeltà e potenza: Dio è superiore.

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

Avendo letto bene il testo, più di una volta, viene da domandarsi: ma perché il Signore fa queste domande? Già con i miracoli compiuti prima poteva semplicemente rivelarsi ai discepoli e basta. Anzi, già qualche capitolo prima loro lo avevano riconosciuto come Figlio di Dio. Qui Gesù vuole una presa di posizione, un prendere coscienza su chi stanno seguendo i discepoli e il perché lo seguono. Per questo motivo li va portando a questa presa di coscienza, prima con la domanda generica, alla quale rispondono a tono: “alcuni Giovanni Batista, altri Elias, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Quelli nominati sono profeti, per cui è chiaro che Gesù è riconosciuto dalla gente come uno di loro. Matteo, rispetto agli altri Sinottici, aggiunge Geremia, un profeta che ha sofferto per rendere testimonianza alla verità, come Gesù. Gesù non contraddice la risposta che danno, implicitamente accetta l’appellativo di profeta. Ma non basta per riconoscere chi è lui veramente. Ora incalza con la domanda diretta e Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Dei tre Sinottici, è Matteo che dà quest’affermazione così completa. Gesù non solo è profeta, è anche il Cristo, cioè il Messia atteso da sempre dal popolo ebraico per salvarlo. Ma non solo e qui è la novità: Gesù è Figlio del Dio Vivente. La prerogativa di Dio non poteva averla nessun essere umano, neanche i profeti o un messia, qui Pietro riconosce Gesù come colui che viene da Dio e questo Dio è il Vivente, cioè il Signore della vita, il Signore della storia, se alla tempesta sedata c’era rimasto qualche dubbio, qui scompare. Pietro non avrebbe potuto mai fare una simile affermazione senza l’assistenza dello Spirito Santo, perciò Gesù gli dice che non è per merito propriamente umano (né la carne né il sangue) ma che ha avuto una rivelazione da Dio.

Ma Gesù non si ferma qui, anche lui dà una definizione a Pietro, in forma parallela: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Nel cambiamento di nome a Simone, vi è senza dubbio implicita,  una missione. La roccia della grotta, dedicata a Cesare poteva crollare verso gli inferi, ma non la Chiesa di Gesù, perché è fondata su un’altra roccia, un uomo che sarà testimone di Cristo, fino a dare la vita. La pietra, che è ora Pietro, sarà quell’angolare sulla quale si edificherà la nuova assemblea di Gesù. Assemblea in greco è ecclesia, perciò il termine chiesa in italiano. Capendo la traduzione, si può capire che la Chiesa di Gesù non è un edificio, benché si parli di pietra, ma è un insieme di persone riunite in assemblea, ed esse saranno fondate sulla persona di Pietro, il vicario di Cristo in terra. Il concetto, sebbene ha una relazione con il termine ebraico qahal,  in realtà quest’ultimo si usa per riferirsi al popolo o assemblea di Dio, la novità che Gesù apporta è che lui parla della sua chiesa, ecco, lui corrobora che è il Figlio di Dio e che il nuovo popolo sarà suo. È vero che il Vangelo di Matteo è stato scritto molto tempo dopo che si siano avverati questi fatti, ma è anche vero, che qui si sta dando un messaggio, certamente ecclesiale e teologico, che ha la novità evangelica. La Chiesa di Gesù non cadrà, nonostante sia battuta da bufere terribili, perché fondata sulla rocca e questa rocca appartiene a Dio. È Dio il Signore della Chiesa e Pietro, con i suoi successori dovranno lasciarsi ispirare da Lui per sciogliere o legare, in terra, tutto ciò che riguarda la fede e i costumi.

Riconoscere che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, è accogliere la sua persona, il suo messaggio e la Chiesa da lui fondata sulla persona di Pietro. Non si può separare una realtà dall’altra. In definitiva, il Dio della vita, che è Dio di amore, regge la sua Chiesa oggi e sempre, fino a quando ritorni suo Figlio nel giorno finale.

Oratio:

La Parola meditata si fa preghiera…

Signore, Dio vivente,
che nel tuo Figlio hai rivelato il tuo volto
di Padre e di Amore,
assisti sempre la tua Chiesa,
perché sia sacramento di salvezza
e ciascuno di noi si senta pienamente
partecipe della sua vita,
che celebra il mistero del tuo Figlio Gesù Cristo.

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Lectio Divina della Domenica della Santissima Trinità – A

giugno 10th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola trinitaguidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

Lectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

In questa domenica, in cui la Chiesa celebra il mistero insondabile della Santissima Trinità, il nostro unico Dio in tre Persone, la liturgia ci offre un brano tratto dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18; sono delle parole dette da Gesù a Nicodemo (un fariseo che fu di notte ad incontrarsi con il Signore, per conoscere la sua dottrina) in un lungo discorso rivelatore. Tenendo presente queste indicazioni, inizio la lettura di questi tre versetti, e subito mi rendo conto che nella brevità della lettura ci sono delle parole e delle frasi che si ripetono: Figlio unigenito, mondo, salvezza, condanna, credere. Esse spiccano in questo brano, e le frasi sono elaborate con queste parole. Quindi a Giovanni interessa molto che rimanga chiaro il messaggio che vuole dare qui e scrive questi versetti in forma concentrica.

Iniziamo con la prima frase: “Dio ha tanto amato il mondo”: chi è il Dio di cui si parla qui? È il Dio dei Padri, Yahveh, il Dio unico che aveva scelto questo popolo a cui Nicodemo e Gesù appartenevano. Il Dio della storia della salvezza che si era rivelato in diverse forme e aveva parlato in diverse maniere. Questo Dio tenero, del quale ora Gesù dichiara che “ha amato tanto il mondo”. Il verbo che usa Gesù è agapao, cioè un amore totale, altruista, l’amore che si dona tutto, senza aspettare niente dagli altri. Questo è l’amore che ha Dio per il mondo! Per mondo Giovanni utilizza la voce kosmos, che indica non solo l’umanità, ma tutta la realtà creata, il cosmo dunque. Ebbene, Dio ha amato cioè amava e ha continuato ad amare questa sua creazione che si era allontanata da Lui dopo il peccato originale, e dimenticandosi casi di Se stesso, “ha mandato il suo Figlio unigenito”. Dunque Dio non è solo! Ha il Figlio suo, l’unigenito. Unigenito, è pure un termine greco che sta ad indicare una realtà di generazione unica, cioè unico figlio, ma in forma assoluta: questo Figlio è l’unico generato dal Padre. Unigenito compare anche all’inizio del Vangelo, nel cosiddetto prologo, dichiarando che il Verbo che era al principio presso Dio era pure Dio, e questo Figlio unigenito è l’unico che ha visto il Padre! (cfr. Gv 1,18)

Pertanto, proprio questo Figlio unico, amato, viene inviato, cioè si è incarnato (Gv 1,14) “perché chiunque creda in lui non vada perduto”. Qui la situazione cambia: Dio ama il mondo, ma nel mondo è necessario che si creda nel Figlio unigenito, perché non vada perduto. Cosa vuol dire questo? La voce chiunque sta ad indicare tutti coloro che si aprono alla fede nel Figlio di Dio, il Verbo Incarnato, perché nel prologo (1,11-12) si diceva che lui era venuto nel mondo ai suoi, ma i suoi non l’hanno accolto, “a coloro però che l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Qui Giovanni vuole dire che non basta che Dio mandi il suo Figlio nel mondo, questi deve essere accolto come tale, cioè deve essere creduto e adorato come Figlio di Dio perché la salvezza arrivi alla persona. Questa salvezza è espressa in forma negativa, cioè “che non vada perduto”, certamente il pensiero dell’evangelista va, al fatto che la vita è salvezza. Chi non ha la vita, si perde, la perdizione è stare lontano da Dio, dall’amore di Dio e questo non dipende da Dio ma dalla libertà dell’uomo che sceglie di credere o meno. Qui la fede è, nel senso giovanneo, un aderire completamente, con tutto se stesso, alla persona di Cristo; infatti è per questo motivo che Giovanni scrive il suo Vangelo (20,31: “questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome”).

“Chi non crede è già stato condannato”, dice Gesù, la condanna è non potere partecipare alla vita di figli di Dio, quella che ci viene condivisa attraverso il Figlio e lo Spirito Santo che ci fa diventare figli adottivi, come dirà Paolo nelle lettere ai Galati (4,5-6) e ai Romani. (8,15-17).

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

Dopo la lunga lectio, un po’ impegnativa, di questa giornata, nella meditazione ci deteniamo soltanto all’essenziale, per poter passare alla contemplazione del Mistero del Dio Uno e Trino, che opera sempre perché ci ama tanto e vuole che abbiamo la vita in Lui.

Diceva un saggio professore – oggi membro della Commissione Teologica Internazionale – che il senso dell’uomo è diventare figlio di Dio. È proprio così! Il vero senso dell’esistenza umana è riconoscersi e diventare sempre più figlio nel Figlio, per mezzo dello Spirito Santo, che grida in noi Abbà – Padre. La meditazione del vangelo proposto per questa domenica ci porta proprio a questa conclusione: chi crede nel Figlio unigenito diventa anche lui figlio grazie allo Spirito Santo, perché il Padre ha tanto amato il mondo che non ha risparmiato neanche suo Figlio unigenito, ma l’ha dato non per la condanna ma perché abbiamo la vita eterna attraverso la fede in Lui.

Oratio:

La Parola meditata si fa preghiera… e canto:

Cantiamo Te , Signore della vita:
il nome Tuo è grande sulla terra
tutto parla di Te e canta la Tua Gloria
grande Tu sei e compi meraviglie
Tu sei Dio

Cantiamo Te, Signore Gesù Cristo
Figlio di Dio venuto sulla terra,
fatto uomo per noi nel grembo di Maria.
Dolce Gesù risorto dalla morte
sei con noi

Cantiamo Te, amore senza fine:
Tu che sei Dio lo Spirito del Padre
vivi dentro di noi e guida i nostri passi
Accendi in noi il fuoco dell’eterna carità
(da Liturgia e Sacra)

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Lectio Divina della Domenica di Pentecoste – A

giugno 3rd, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

ssLectio:

Leggo la prima lettura di questa domenica, la rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

Oggi, domenica di Pentecoste, faccio la lectio su At 2,1-11 (chi volesse fare la lectio sul vangelo, può leggere la riflessione sulla seconda domenica di Pasqua, qui riportato). Già, da una prima lettura, avverto che ci sono dei dati che mi aiutano a situare la scena. Si parla di tempo e di spazio. Siamo nel momento in cui si compiva la Pentecoste, dunque durante la mattina di quella festa, che cadeva 50 giorni dopo la pasqua giudaica. A Gerusalemme, come ancora oggi, si radunavano ebrei da ogni dove, anche proseliti, timorati, tutti coloro che aderivano alla fede dei Padri e che facevano il memoriale della consegna della Legge a Mosè, sul monte Sinai. Si precisa il momento e anche lo spazio, è “lo stesso luogo”, ovviamente viene da domandarsi: quale luogo Luca ha in mente? Dobbiamo tener presente quanto si dice nel capitolo primo, e nei vangeli sinottici, cioè che loro si trovavano al piano superiore, dove il Signore aveva celebrato l’ultima cena (il cenacolo) e dove era apparso risorto, il giorno della Pasqua, donando la pace ai discepoli (il vangelo di questa domenica). Quel luogo, il Cenacolo dunque, è un posto molto caro per i discepoli e un posto chiave dove si compiono degli eventi sommamente importanti per gli inizi della cChiesa fondata da Cristo.

Se continuo a leggere, compaiono i personaggi, ma qui si parla in forma generale: sono “tutti”, anche ora devo andare a leggere il primo capitolo, dove si dice che erano gli undici (Giuda il traditore non c’è più ormai), altri discepoli e Maria la Madre di Gesù.

È interessante la quantità di volte che compare l’aggettivo e il pronome quantitativo e globalizzante: “tutto/tutti”, tutti insieme, tutta la casa, tutti furono colmati dello Spirito Santo, tutti costoro… sta ad indicare la presenza totalizzante dello Spirito Santo sugli apostoli e su tutti i discepoli riuniti in quel luogo. Nessuno è rimasto senza il dono dello Spirito, ognuno può parlare le lingue, ognuno ha il coraggio di annunciare, perché hanno la pienezza dello Spirito.

Si nota, inoltre, l’idea di globalità anche nel nominare la provenienza di coloro che ascoltano l’annuncio. Sono da ogni dove, anzi, Luca dice che vengono “da ogni nazione che è sotto il cielo”. Queste espressioni indicano pure che, la grazia dello Spirito Santo, si apre verso tutti gli abitanti del mondo, e tutti saranno in grado di capire questo dono.

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

Abbiamo detto che il luogo, il Cenacolo, viene ben descritto. Ora, per noi, cosa significa che venga così precisato il posto dove avviene il dono dello Spirito? Se teniamo presente che in quel luogo avvennero tanti altri momenti pieni di grazia e di mistero, ci rendiamo conto che qui sta per accadere qualcosa di ugualmente grande; ma non solo, ci dice pure che è un luogo scelto da Dio specialmente per la sua manifestazione. I discepoli lì si sentono protetti, a salvo, con Maria la Madre di Gesù.

Dio, che cammina nella storia e con la storia, non tralascia niente al caso, Come infatti il suo Figlio unigenito, è il vero agnello immolato nella nuova e definitiva pasqua di risurrezione, così anche lo Spirito Santo, è il vero e massimo dono di Dio per camminare nella vita nuova, non c’è più la Legge, sino lo Spirito Santo che ci fa camminare secondo i suoi consigli, nella libertà di figli e nella verità che ci svela tutta intera. Perciò provvidenzialmente, questo Dono del cielo, ci è elargito nel giorno di Pentecoste.

I nostri personaggi ci infondono speranza: troviamo gente proveniente da ogni angolo della terra allora conosciuta. Essi rappresentano tutti i popoli che nei secoli si apriranno alla salvezza. Siamo anche noi rappresentati in essi e nei discepoli, coloro che avevano seguito il Signore, e vegliavano con Maria, la Madre di Lui, in essi ci siamo noi, la salvezza è aperta a tutti, e ancora oggi riceviamo la pienezza dello Spirito.

Lo stupore che accompagna questi avvenimenti, è l’emozione che sveglia la novità, il mistero. Le grandi opere di Dio che si compiono a Pentecoste svegliano questo senso di meraviglia collettiva che genera la gioia, l’ammirazione e perfino il turbamento, al punto di domandarsi l’un l’altro: come è mai possibile che succeda un fatto logicamente impossibile, e che cioè ciascuno capisca il messaggio della salvezza nonostante provengano da diverse terre. Di nuovo siamo di fronte all’azione dello Spirito che unisce anche nell’intendersi, con lui viene distrutta la torre di Babele per sempre, mentre a Babele gli abitanti si sono divisi perché non si capivano, ora, nel cenacolo, si uniscono perché tutti capiscono le opere di Dio, non c’è altro di più importante né rilevante di questo. Ormai il culmine del tempo si è compiuto, con la venuta del Figlio e il dono dello Spirito Santo. L’umanità potrà camminare verso un era di comunione nella diversità, di pace e di meraviglia. Solo se continueranno a perseverare unanimi nella preghiera, con Maria la Madre di Gesù e nell’apertura, sempre docile all’azione dello Spirito Santo.

Oratio:

La Parola meditata si fa preghiera…

O intensa Luce del mio Dio,
vieni in mio aiuto:
insegnami a parlare,
aiutami a tacere,
dirigimi nel camminare,
arrestami per sostare presso di Te,
affinché ogni parola detta o taciuta,
ogni passo fatto o respinto,
tutto sia nella perfetta volontà di Dio.
Tutti i tuoi caldi raggi,
o Luce divina,
mi diano l’equilibrio dei santi.
(dalla Spiritualità del Movimento Carismatico di Assisi)

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Lectio Divina del Vangelo sull’Ascensione del Signore – A

maggio 27th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

ascensionLectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

Il vangelo che ci viene proposto in questa domenica dell’Ascensione del Signore è tratto da Mt 28,16-20, sono gli ultimi versetti della conclusione di questo Vangelo. Inizio la mia lettura attenta e mi rendo conto che è un testo narrativo, con dei discorsi di Gesù. Subito vedo un movimento: gli undici vanno in Galilea. Cosa significa Galilea nei Sinottici? Galilea è il luogo dei pagani, è la terra dove Gesù ha scelto d’iniziare il suo ministero pubblico e dove ha scelto i discepoli; ma non è il centro religioso come la Giudea, è un miscuglio di razze e credenze, dove l’intercambio di situazioni è all’ordine del giorno. Galilea è anche la così chiamata patria di Gesù perché verrà chiamato nazareno, cioè proveniente da una cittadina della Galilea. Dunque è un posto che ha un significato simbolico importante, e questo lo terrò presente poi per la meditazione.

Nella lettura attenta, non posso lasciar passare il dato che Matteo da sul monte dove s’incontrano: è quello indicato da Gesù, dunque uno da loro conosciuto, magari lo stesso dove si era trasfigurato, prima della sua passione e morte, o almeno uno che Gesù frequentava, per la sua preghiera intima col Padre. Ad ogni modo è “il” monte, dunque un posto importante per loro.

Seguendo la mia lettura, vedo i personaggi: sono soltanto 11 e Gesù risorto. Non c’è il traditore Giuda, manca uno di quelli che Gesù aveva scelto e chiamato dalla Galilea. Si usano tre verbi per descrivere i discepoli: lo videro; si prostrarono; dubitarono. Tra il primo e il secondo verbo c’è una conseguenza, apparentemente logica: al vedere il Signore si prostrano dinnanzi a lui. Ma quando si relaziona il secondo verbo con il terzo, si crea un contrasto interessante, che dà la chiave per capire meglio la situazione: si prostrano, però dubitarono. Quell’avversativa “però” sta dando tutto il significato al tipo di prostrazione che hanno fatto. Mentre si potrebbe pensare ad un atto di fede, che è scaturito dal vedere, l’evangelista Matteo ci dice che loro dubitano nonostante si prostrano. Dunque questo comportamento è stato soltanto formale, magari dettato dalla paura o perché uno l’ha fatto e gli altri lo hanno seguito… Come mai dubitano? Cosa vedono o non vedono che li fa dubitare? Tengo presente che il verbo “vedere” in greco è orao, lo stesso che utilizza l’evangelista Giovanni, per indicare un vedere interiore, un guardare piuttosto contemplando.

Gesù, invece, non tiene conto della loro poca fede, ma si limita a dare loro il messaggio per cui li ha chiamati: lui ha ricevuto (c’è un passivo, dunque non si lo abroga da solo) ogni potere in cielo e sulla terra. Dunque è Signore di tutto, e questa potestà gli è stata data, ovviamente, da chi ce l’ha, ossia Dio Padre. E questo potere lo tiene ora che è risorto, cioè che è passato per la passione e la morte, ed è risuscitato per essere il Signore Onnipotente. La sua autorità e veritiera, unica e totale. Possono i discepoli lasciare di ascoltare la sua parola, o dubitare ancora?

Il mandato che dà il Signore è consequenziale a tutto il ministero pubblico, che lui ha compiuto sulla terra: lui è venuto predicando e facendo discepoli, ora i discepoli devono andare in tutto il mondo, facendo discepoli. Ma si aggiunge qualcosa di nuovo, non sarà solo nel nome di Gesù come facevano quando egli stava con loro sulla terra, per esempio quando i 72 vanno ad evangelizzare e schiacciare i demoni. Essi battezzeranno nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo. È l’unica volta dove compare questa trilogia nel Vangelo di Matteo, ed è quella che usa Paolo nelle sue lettere, o Giovanni quando parla del Paraclito. A partire dalla risurrezione, lui è il Figlio per eccellenza e con lo Spirito Santo, il Padre opera nella creazione. Gesù ci ha rivelato la vera identità di Dio: è Un solo Signore, ma è in tre Persone distinte. Nel battezzare a nome della Trinità i discepoli devono anche insegnare a compiere i comandamenti. Abbiamo detto, la settimana scorsa, che i comandamenti si racchiudono in due: Amare Dio e amare il prossimo, ogni altro comandamento viene di conseguenza.

Dopo questo mandato così impegnativo che il Signore dà ai suoi, viene una sua dichiarazione che dà sollievo e conforto: Non li lascia soli, sarà con loro, e dunque con noi, tutti i giorni fino alla fine del mondo!

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

Dopo aver fatto la mia lectio, mettendo in rilievo i punti citati, mi soffermo a meditare il senso e il messaggio del Vangelo di oggi, ricordando che, dopo cogliere il messaggio globale, è bene che io mi soffermi soltanto su quel punto che più mi ha colpito nella lectio.

Dicevamo che il testo di oggi ci offre i dati dello spazio, che non mi devono lasciare indifferente: sono in Galilea e sul monte. Dicevamo pure, tutta la carica concettuale che il nome di Galilea aveva. Ma perché Gesù vuole che tornino in Galilea? Perché è il luogo dove tutto è cominciato, essi devono tornare all’origine, per trasformarlo in un nuovo inizio, l’inizio di chi è risorto con Cristo ed è una creatura nuova, quindi non stare più a piangere sul passato, ma aprirsi alla novità che Cristo vuole loro trasmettere. L’altro motivo è anche, perché Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico là, e ora i discepoli, inizieranno il loro ministero, battezzando ed evangelizzando da lì come Gesù.

Se conosciamo i racconti di Luca nel suo Vangelo, o negli Atti degli Apostoli che abbiamo sentito nella prima lettura, ci viene però una domanda, apparentemente irrisolvibile: Luca, colloca l’ascensione del Signore, in Gerusalemme, sul monte degli Ulivi; Matteo in Galilea sul monte innominato. Chi dice il vero? Sicuramente tutte due, perché Matteo non sta parlando esplicitamente del momento dell’ascensione del Signore, lui ha elaborato il suo Vangelo e ha messo qui, questo incontro che può essere avvenuto durante il periodo che trascorre dalla risurrezione all’ascensione. Dunque 40 giorni, sono un tempo assai prolungato per dare la possibilità ai discepoli di andare in Galilea e tornare a Gerusalemme. Sul fatto del monte, poi, dobbiamo ricordare che le alture, non solo per Gesù, ma anche per gli antichi, erano il luogo dell’incontro con la divinità, e Gesù ama le alture per pregare il Padre suo. Nel racconto della trasfigurazione del Signore, nessuno dei Sinottici dice il nome del monte. La tradizione l’ho ha identificato sempre con il monte Tabor, e non sarebbe perciò un errore identificare lo stesso luogo per quest’ultimo incontro del Signore con i discepoli in Galilea. La geografia del luogo, per chi è stato sul monte Tabor, aiuta a pensare in Dio, a trasportarsi e ascoltare il silenzio e nel silenzio il Signore. Se Gesù si era trasfigurato su questo monte, ossia che aveva fatto pregustare ai discepoli, cosa sarebbe la sua vita da risorto, niente di strano che ora si manifesti da risorto sullo stesso monte. Inoltre, a me può aiutare a pensare: qual’è il posto dove trovo il Signore trasformato, risorto, qual’è il mio “tabor”, il luogo che mi dice d’intimità e pure di impegno con il Signore.

Gli undici sono quelli che hanno perseverato con il Signore, Giuda non c’è e il suo vuoto rappresenta l’infedeltà, il tradimento, la poca fede e il poco amore… Gli undici dubitano però. Loro guardano il Signore risorto, ma vorrebbero vedere il Gesù storico, vogliono ritornare ai vecchi tempi, fanno fatica a dare un passo avanti, deve Gesù farli fare questo passo, parlando con loro e facendoli capire che, ormai la realtà e la relazione con lui è cambiata. Ora, lui non solo è il loro Maestro come prima, ma è il Signore, è l’Onnipotente e come tale va adorato, obbedito e glorificato. La glorificazione avviene attraverso l’annuncio per fare discepoli, non è un annuncio per se stessi, ma perché pure altri credano in Dio: un Dio in tre Persone, che ora danno ad ogni battezzato il sigillo della loro presenza attiva ed operante con la grazia santificante.

I discepoli potranno fare questo perché il Signore rimane con loro per sempre, tutti i giorni vuol dire ad ogni momento. Lui è sempre presente, fino alla fine, perché non lascerà di stare con noi mai. La sua presenza non solo è costante, ma intensa, come indica il verbo che è al presente: io sono con voi. È un presente intensivo, che sta indicando la presenza del Signore, con tutta la sua divinità, la sua umanità glorificata, tutto se stesso che è unito al Padre e allo Spirito. Dunque Dio sta sempre con noi! Ora, cosa temere, cosa dubitare, cosa non affrontare? La garanzia della mia vittoria è la sua presenza, e la mia vittoria non è altro che questa presenza in me. Lui è in me, piccola creatura amata all’infinito da un Dio che è amore!

Oggi la Chiesa celebra la solennità dell’Ascensione del Signore, oggi è festa. Dio non ci ha lasciato soli, ma è presente in mezzo a noi, con un’altra dimensione, quella più profonda, quella che possiamo contemplare, perché anche noi siamo stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Oratio:

La Parola meditata si fa preghiera…e canto

Tu sei la mia vita altro io non ho
Tu sei la mia strada, la mia verità.
Nella tua parola io camminerò,
finché avrò respiro, fino a quando tu vorrai.
Non avrò paura sai, se tu sei con me:
io ti prego resta con me.

Padre della vita noi crediamo in te.
Figlio salvatore noi speriamo in te.
Spirito d’amore vieni in mezzo a noi:
Tu da mille strade ci raduni in unità
e per mille strade poi dove tu vorrai
noi saremo il seme di Dio.

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Lectio Divina del Vangelo della VI Domenica di Pasqua – A

maggio 20th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

amaregesuPrima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

Lectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

In questa VI Domenica di Pasqua, ultima prima dell’Ascensione del Signore, il vangelo di Giovanni ci accompagna ancora, con un brano che continua dalla domenica precedente, vuole incoraggiare, noi discepoli sul nostro cammino in questo mondo. Leggendo il testo, subito chiama l’attenzione su come il Signore inizia parlando ai suoi discepoli con un condizionale: “se”, il se vuol significare una strada aperta verso ciò che la propria libertà sceglie. Se mi amate, dice Gesù, dunque, se volete amarmi, nel momento che vi decidete di amarmi allora, esprimerete questo amore, mettendo in pratica i miei comandamenti. Viene da domandarsi quali comandamenti Egli considera i “suoi” comandamenti? Certamente, ritorna quel testo evangelico, riportato dai Sinottici, sul comandamento dell’amore, di amare Dio e amare il prossimo; in Giovanni Gesù lo dirà al capitolo dopo. Dunque, se si ama Gesù si ama Dio e si ama il fratello, questa idea si trova inclusiva nel vangelo di questa domenica, perché la frase compare all’inizio e alla fine.

Il Signore continua rivelando qualcosa di molto importante: Gesù Figlio, pregherà il Padre perché dia un altro Consolatore, cioè lo Spirito Santo. C’è qui un’allusione alla realtà divina nel suo mistero di Trinità Santissima. È Gesù che prega il Padre, come sommo Sacerdote, e il Padre darà un altro Consolatore, perché Gesù è anche un Consolatore. E questo Consolatore rimarrà con i discepoli tutti i giorni, per sempre.

Gesù dichiara che il mondo non conosce né può conoscere il Consolatore, ma perché? Perché chi non accoglie Gesù non può conoscere profondamente Dio.

Poi viene il nucleo di questo vangelo: “non vi lascerò orfani… perché io vivo e voi vivrete”. Se dice di non lasciarli orfani vuol dire che c’è una imminente partenza, ricordiamo che sta facendo qui il suo discorso di addio, quindi vuole rasserenare i suoi discepoli che si sentono già smarriti. Io vivo, voi vivrete. La vita dei discepoli dipende della vita di Gesù. Ma, a quale vita si riferisce, dato che parla al presente e si avvicina la sua passione e morte? Faccio attenzione a questo particolare e lo lascio per approfondirlo meglio nella meditazione.

Due volte si nomina il mondo. Sappiamo che, nel linguaggio giovanneo, significa la realtà che non si è aperta a Dio, né a colui che il Padre ha inviato, il Verbo Incarnato. Nel parlare del mondo, Gesù aggiunge delle dichiarazioni negative: il mondo non può ricevere, non lo vede, non lo conosce e non lo vedrà. Cioè il mondo è talmente chiuso che ormai non c’è possibilità di avvicinamento divino, perciò Gesù dice che non può ricevere il Consolatore. Ecco qui il ritorno al condizionale: se si ama Gesù, Ciò richiede apertura, altrimenti faremo parte del mondo e non della famiglia di Dio. Il frutto, poi, dell’amore è la manifestazione di Gesù.

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

Tutto il senso di questo brano sta nel nucleo di esso: Gesù vive e noi vivremo, perché se lo amiamo, amiamo Dio e amiamo gli altri. La sua vita è la manifestazione della sua consolazione attraverso lo Spirito Santo.

Gesù si dirige ai discepoli. Discepolo vuol dire colui che segue, cioè tutti noi siamo discepoli di Gesù, dunque l’invito ad amarlo è per tutti noi, siamo liberi di farlo o meno, ma se lo faremo, non solo che lui si manifesterà a noi, cioè starà con noi, ma darà a noi l’assistenza sempre presente e amorevole dello Spirito Santo, l’altro Consolatore.

Soffermiamoci ora sul centro del vangelo di oggi: Dice Gesù “non vi lascerò orfani, voi mi vedrete perché io vivo e voi vivrete”. Sono delle parole di un amore e tenerezza proprie di un Dio fatto uomo. Lui sta per partire, sa che in breve lo attende una morte cruenta, ma pensa ai suoi, vuole incoraggiarli ed incoraggiare quelli che verranno dopo. Rammentiamo che Giovanni scrive il suo vangelo molti anni dopo questi avvenimenti, quindi in retrospettiva. Gesù già è morto, ma è risorto, è vivo per sempre, la sua vita la vive nel Padre e nello Spirito Santo e come uomo non muore più. Grazie al fatto, che lui ha vinto la morte, può dare la vita ai suoi, a tutti coloro che lo amano e compiono i suoi comandamenti. Quel comandamento che semplicemente si riferisce all’amore. Tutto ritorna lì, perché Dio è amore, e la manifestazione di Dio è proprio l’amore, l’amore che deve permanere come consolazione, fino alla fine dei tempi. In quel giorno sapranno che lui è nel Padre e il Padre in lui, cioè la perfetta comunione nell’amore, la eterna beatitudine che godranno tutti coloro che sceglieranno la via dell’amore. Questa parola, tanto usata, ma che significa dare la vita, come lui l’ha data. Consegnarsi liberamente perché altri vivano, accondiscendere affinché ci sia pace e armonia già fin d’ora nel mondo. Questo mondo che non può conoscere Dio se non si apre a Gesù Cristo, unico salvatore dell’umanità, oggi e sempre.

Oratio:

La Parola meditata si fa preghiera…

Signore Gesù, nostro Consolatore,
abbiamo bisogno della tua consolazione e della tua vita.
Tu continui a darcele attraverso lo Spirito Santo,
l’altro Consolatore che tu ci hai donato.
Apri il nostro cuore e la nostra mente
all’azione del Padre, di te e dello Spirito,
perché godiamo la vita vera,
e tu continui a manifestarti a noi nell’amore.

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Quinta Domenica di Pasqua – A –

maggio 13th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

jesuspadrePrima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

Lectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

Oggi sono invitato/a a pregare con il Vangelo di Gv 14,1-12, un brano squisito per la sua tenerezza, il suo valore teologico e la sua forza rivelatrice. Ma gustiamo il testo passo passo, dunque lo leggo attentamente come se non lo avessi mai letto. Già alla prima lettura alcuni rilievi sicuramente ho percepito, ma senza correre, leggo ancora la Parola, questa volta prestando attenzione ai personaggi: Gesù si trova con i suoi discepoli, dal modo come parla sicuramente era con il gruppo più stretto di essi, ma sono due che spiccano perché intervengono nel dialogo di Gesù con loro: Tommaso che già abbiamo conosciuto nel racconto della seconda domenica, e Filippo. Gli interventi dei due lascia rilevare un tipo di rapporto fraterno col Signore, ma anche l’impaccio del momento, le loro domande evidenziano che non stanno capendo niente o quasi niente di ciò che Gesù dice loro. Infatti a Filippo quasi rimprovera di non essere stato capace di cogliere l’evidente dopo tanto tempo di stare con lui.

Le parole di Gesù sono da cogliere frase per frase! In ognuna c’è una rivelazione che l’evangelista ha messo qui componendo questo dialogo, durante il così detto “discorso di addio” di Gesù, prima della sua passione. Gesù inizia dicendo “Non sia turbato il vostro cuore”, queste parole dimostrano preoccupazione e conoscenza profonda del Signore nei confronti dei discepoli. Si parla di uno stato d’animo particolare, il verbo greco è paràsso, che in altre occasioni Gesù lo ha usato con i discepoli quando sono stati protagonisti di un prodigio e loro sono rimasti sconvolti (Mc 6,50; Lc 24,38,) o per sestesso (Gv 11,33) Ma il testo che meglio può aiutarci a capire l’intensità di questo verbo è pochi versetti prima del nostro brano, quando Gesù si commuove e si turba durante l’ultima cena al dichiarare che Giuda l’avrebbe tradito. L’uomo Gesù conosce bene questo stato d’animo, e sa che esso va accompagnato da un coinvolgimento delle emozioni non indifferente, perciò ora si accinge a parlare “chiaramente” con i suoi, anche se sembra che loro fanno molta fatica a capire.

Immediatamente dopo, Gesù chiede ai discepoli di avere fede non solo nel Padre, ma anche in lui, questo è davvero uno scandalo. Mi soffermo su queste parole: La fede si ha in Dio, non negli uomini, semmai si può avere fiducia, ma non fede! Qui c’è una consapevolezza chiara della natura divina che lui ha e che vuole che i discepoli colgano. Se loro capissero questo, comprenderebbero meglio quando Gesù farà dopo le sue auto rivelazioni: Io – dice – sono la Via, la Verità e la Vita, ma non solo: chi ha visto me ha visto il Padre.

Il Signore parla anche di una partenza imminente e che preparerà delle dimore per loro, assicurando che lo farà e che i discepoli conoscono come arrivare. Questo dà spunto a Tommaso di domandarle sulla via. Parla di dimore, di un posto dove andrà e poi ritornerà e il linguaggio sembra oscuro, ma Gesù ha già detto loro in Gv 8,12 che chi segue lui avrà la luce della vita.E qui siamo di fronte alla stessa affermazione, ma loro sembra non ricordarlo…

Infine, sono di nuovo di fronte alla richiesta di Gesù di credere in lui, se lo dice all’inizio e alla fine, includendo tutto ciò che ha detto prima, ci dà nuovamente la chiave per comprendere il suo messaggio che sta dentro tutto il brano letto.

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

Un brano tanto bello come denso potrebbe sintetizzarsi semplicemente in questo: Gesù e il Padre sono uno solo, se credo in lui potrò dimorare con Dio al momento opportuno, perché lui è la vita, la sua Parola m’illumina durante il cammino che è lui stesso. Ma andiamo per parte.

Abbiamo già detto che il Signore s’interessa dello stato d’animo dei suoi, li conosce bene, ricordiamo che nella quarta domenica abbiamo letto che lui chiama a ciascuno per nome, sa di che siamo fatti, e perciò vuole prevenire i suoi prima della sua partenza. Questo brano viene offerto a noi due domeniche prima dell’Ascensione e non è un caso. Lui parla delle dimore che ci sono nella casa di suo Padre e che ne preparerà personalmente per i discepoli, poi verrà a prenderli. Queste dimore, non sono altro che l’intensità di vicinanza, per dire così, tra Dio e i fedeli quando compiono il loro cammino sulla terra, è il rimanere con Dio per sempre, ma non è uguale per tutti, da cosa dipende? Dalla fede in Gesù Cristo e del grado di somiglianza con lui, così come chi lo vede può guardare il Padre, chi vede il discepolo dovrebbe intravedere il Maestro, perché gli assomiglia. Questa somiglianza poi, è basata sull’amore, infatti, più avanti, nel cap. 15, Gesù ritornerà su questo argomento accentuando la relazione d’amore che ci deve essere con lui e tra i discepoli.

A Pilato Gesù aveva dichiarato che era venuto per rendere testimonianza alla verità, e quel rude uomo chiese senza aspettare risposta, cosa è la verità. La verità non è una riflessione filosofica, o un punto di vista, la verità è Dio stesso, perché è l’unico che realmente è, ha un senso pieno e completo in Sé stesso; perciò Gesù è Verità, perché lui e il Padre sono uno solo, e la sua verità illumina ogni uomo, cioè la sua stessa persona, le sue parole, i suoi gesti, i suoi insegnamenti… Proprio per questo motivo chiede di credere almeno alle sue opere, perché esse lo rivelano nella sua essenza, e anche per questo motivo può essere Via, cioè lo stesso cammino a seguire: come lui è, così siamo chiamati ad essere anche noi. Seguendo le sue orme, non potremmo inciampare, ma cammineremo nella luce che abbiamo detto, è lui stesso.

Il legame è chiaro: Il Padre – Gesù, Gesù – noi. Non c’è un altro mediatore tra Dio e noi, ma dobbiamo avere fede in lui, una fede che sa cogliere anche ciò che non capiamo con l’intelletto, i discepoli erano incapaci d’intendere per questo, ma noi siamo tentati ad agire allo stesso modo! La fede in Gesù è la chiave di questo vangelo, ed è anche la chiave che mi prepara per dimorare in lui già qui nel giorno dopo giorno, già nella pienezza dei tempi. La fede è un dono, ma sono io a farla crescere o a farla morire. Sono disposto/a a buttarmi in questa bell’avventura che è la vita vera?

Oratio:

La meditazione di questa Parola che il Signore mi ha donato si fa preghiera…

O Dio, Padre mio,
oggi mi hai fatto capire ancora una volta
quanto mi ami e quanto t’interesso.
Non lasciare che il tempo e la noia
mi facciano distrarre dalle tue cose.
Che mi afferri sempre più al tuo Figlio,
che è Via, Verità, e Vita
ed è solo lui che mi può far stare sempre accanto a te,
oggi e nell’eternità. Amen

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Quarta Domenica di Pasqua – A –

maggio 7th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

buonpastorePrima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia …
Lectio:
Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…
Oggi siamo invitati a soffermarci sul Vangelo di Gv 10,1-9, ben conosciuto come il Vangelo del buon Pastore, che in realtà continua durante alcuni versetti dopo quello che propone questa Liturgia domenicale.
Appena facciamo la prima lettura del testo notiamo che è discorsivo, cioè Gesù parla, non ci sono narrazioni o dialoghi, solo un cronista che fa un piccolo accorgimento e poi continua a parlare Gesù. In questa lettura avvertiamo anche, che la similitudine usata da lui appartiene all’ambiente di pastori e di pecore, forse poco conosciuto ai nostri giorni, ma da come Egli ne parla, si nota che conosce molto bene come funziona ogni minima situazione, al punto che pure noi veniamo ad apprenderne bene i costumi.
Una cosa chiama l’attenzione mentre leggo: Gesù non solo dice che Egli è il buon Pastore, ma anche che è la porta, e questo sconcerta un poco. È possibile che lui sia tutte due? Che senso hanno le sue parole? Anche perché lui inizia dicendo che è il buon Pastore, poi che è la porta e finisce ripetendo di essere il pastore che è venuto perché abbiamo vita.
Gesù parla qui di ladri e briganti e lo ripete tre volte, quindi pure queste frasi hanno il loro peso. Per capire meglio, dobbiamo leggere le stesse spiegazioni che dà Gesù: loro salgono da un’altra parte, le pecore non li conoscono e perciò non li seguono, anzi fuggono da loro, e si tratta di quelli che sono venuti prima del Signore facendosi passare per il Messia atteso e rubano, distruggono e uccidono.
Per ultimo, incontriamo che sia il Pastore, come la porta, hanno un rapporto intimo, spontaneo con le pecore: il primo le chiama per nome, le conosce e sa quante sono, infatti spinge addirittura l’ultima. Per la porta loro entrano ed escono liberamente, trovano buon nutrimento e soprattutto si salveranno. In tutto questo contesto, l’ultima frase di Gesù è veramente illuminante: lui è venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza!
Meditatio:
È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola.
Dopo queste riflessioni, procediamo con la nostra meditazione, cercando di cogliere il senso, e questo vangelo, ce lo presenta in modo molto chiaro.
Partiamo dall’inciso dell’evangelista: loro non capirono di che cosa parlava con questa similitudine. Ecco, si sta dirigendo a noi! E lo fa perché sa che neanche noi capiremo facilmente come Gesù possa essere porta e pastore allo stesso momento, quindi ci dice di prestare attenzione perché la similitudine sta rimandando ad un altro livello, al messaggio più profondo.
Capendo questo, subito ci vengono in mente il rapporto che Gesù pastore e porta ha con le pecore, e ricordiamo che conclude questa pericope dicendo che lui è venuto perché abbiano la vita in abbondanza. Ecco, il Signore vuole che il suo gregge, la Chiesa fondata da lui, tutti i suoi discepoli che lui conosce bene, addirittura per nome! imparino ad ascoltare la sua voce, a seguirlo, ad avere tale fiducia e libertà che potranno andare e venire, potranno cibarsi della Parola e dell’Eucaristia, perché il pascolo è abbondante, dato che si salveranno stando con Gesù, unico mediatore tra il Padre e noi, ecco perché è porta.
Però Gesù sa bene, che girano attorno alle pecore ladri e briganti, cioè falsi pastori, che in nome anche di Cristo cercheranno di deviare i discepoli dalla verità, perché loro distruggono, rubano e uccidono, solo pensano al loro profitto.
Come è attuale il Vangelo di questa domenica! Veramente se il Signore cammina con noi, davanti a noi mostrandoci la Via che egli stesso è, se lui ci chiama e noi ascoltiamo la sua voce e lo seguiamo, se ci alimentiamo del suo Corpo e della sua Parola che è Verità, allora sì che avremo la vita, perché lui è la Vita. Ma c’è ancora oggi il pericolo, e direi più che mai, che io segua altre voci, altri pseudo pastori che mi promettono una vita facile, parole apparentemente persuasive ma che non solo non contengono la verità, ma distruggono, rubano la propria identità, tolgono la vera vita…
Come è il mio rapporto con Gesù oggi? Seguo le nuove mode con metodi di preghiera, dei guru che mi promettono di risolvere facilmente i miei problemi, le mie malattie, ecc.?
Oggi è la giornata di preghiera per le vocazioni, per tutti coloro che il Signore chiama per nome ed invita a seguirlo più da vicino, per essere anche lui o lei un annunciatore della vita vera. Sono disposto/a a lasciarmi interpellare da lui? Mi libero per poter cogliere la sua voce tra le mille voci che mi circondano? Ecco, io non sono pecora (quella è la similitudine), ho la mia responsabilità e la mia libertà per rispondere: lo farò?
Oratio:
La meditazione di questa Parola che il Signore mi ha donato si fa preghiera…
Dalla Liturgia di oggi:

      O Dio, nostro Padre,
      che nel tuo Figlio ci hai riaperto
      la porta della salvezza,
      infondi in noi la sapienza dello Spirito,
      perché fra le insidie del mondo
      sappiamo riconoscere la voce di Cristo,
      buon pastore,
    che ci dona l’abbondanza della vita.

Oppure, il Salmo 23:

      Il Signore è il mio pastore:
      non manco di nulla.
      Su pascoli erbosi mi fa riposare,
      ad acque tranquille mi conduce.
      Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Contemplatio
Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…


Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Terza Domenica di Pasqua – A –

aprile 30th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia

Lectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

emmausOggi la Liturgia mi propone di leggere e meditare il Vangelo di Lc 24,13-35, il così chiamato “dei discepoli di Emmaus”. Un episodio molto conosciuto e apprezzato, nel quale la tradizione ha sempre letto il modello dell’attuale celebrazione Eucaristica.

Nella nostra prima lettura del testo, lasciamo che la sorpresa prenda il posto a ciò che ormai sappiamo, leggiamo il brano come se fosse la prima volta, e Luca ci aiuta in questo perché è come un buon regista che ci fa immaginare e sentire ogni parola che viene raccontata.

I nostri personaggi sono Gesù (nome storico di Cristo Risorto) e due discepoli, di cui uno si chiama Clèopa. Accanto alla croce di Cristo, tra le donne che gli stavano vicino, c’era una donna di nome Maria, moglie di Clèopa, è possibile che sia lo stesso personaggio, ma risulta difficile identificare l’altro discepolo con Maria sua moglie, giacché Luca non avrebbe avuto problemi di nominarla qui, come ha fatto poco prima. Anche perché sia certa una testimonianza doveva essere fatta da due uomini, infatti quando loro ricordano le donne lasciano chiaro che non hanno creduto alla loro testimonianza, o per lo meno non gli è bastata.

Notiamo pure che ci sono molti dialoghi: si dice che i discepoli parlano e discutono lungo il cammino, Gesù parla con loro e sia gli uni che l’altro fanno due discorsi carichi dell’annuncio sulla vicenda del Messia. I discepoli presentano la persona di Gesù come un liberatore ideale, che comunque hanno ucciso, nonostante il bene che ha fatto. Il Signore, invece, va spiegando ogni Scrittura che preannunciava il Messia, ma dando ad esse il vero senso della liberazione di Israele, quella interiore che libera dal peccato.

Seguendo la nostra lettura attenta del testo, chiama l’attenzione con quanta cura Luca descrive i diversi stati d’animo dei discepoli: all’inizio hanno il volto triste, poi loro stessi dicono di essere rimasti sconvolti di fronte alla testimonianza delle donne, poi riconoscono che ardeva il loro cuore mentre Gesù parlava loro e li spiegava la Scrittura ed infine, partono pieni di gioia ad annunciare l’incontro che hanno avuto con il Risorto. La tristezza, lo sconvolgimento sono relazionati all’angoscia, ad uno stato oscuro dell’anima che non riesce ad aprirsi, a cogliere la luce. E proprio questi sentimenti vengono descritti mentre è giorno, per questo Luca dichiara che “i loro occhi erano incapaci di riconoscere” Gesù. È evidente il contrasto con gli altri due sentimenti ed emozioni: la gioia e l’ardore del cuore che pure sono relazionati tra loro e con l’amore. È l’amore che genera gioia e riscalda il cuore! È l’amore che apre gli occhi ed infatti ora possono riconoscere il Signore nel gesto eucaristico, perché sono aperti alla novità, a che la luce entri nel loro essere, Luca dice che “si aprirono i loro occhi” ed era già sera, di nuovo il contrasto!

Per ultimo, prestiamo attenzione al fatto che loro s’incamminano verso Gerusalemme quando ormai è di notte, poiché hanno la luce nel cuore possono camminare nella notte, perché essa non rappresenta più un pericolo per loro. E gli Undici con gli altri che stanno con essi provano lo stesso stato d’animo dei nostri discepoli: perché anche loro hanno avuto l’incontro con il Signore, e fanno la loro professione di fede a livello ecclesiale a partire dalla testimonianza di Pietro.

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

In questo brano che abbiamo letto e riletto, e nel quale abbiamo colto tanti spunti, cerco il senso generale e particolare del messaggio, e questo lo faccio individuando l’intenzione dell’evangelista nel narrare i fatti in questa maniera particolare. Certamente devo aver presente che il Vangelo di Luca è stato scritto verso gli anni 90 d.C., dunque Luca sta facendo una rilettura dei fatti e vuole dare un messaggio alla comunità che già cammina nella fede, ma che non è stata testimone diretta della risurrezione, sono quelli della cosiddetta “seconda generazione”.

Allora Luca cerca di farli entrare nei sentimenti dei discepoli dopo la morte di Gesù, sono passati tre giorni, e a Lui non l’hanno visto! È lo sconvolgimento totale, avevano messo tutta la loro speranza, le attese, la fiducia in quest’uomo di Galilea che faceva grandi prodigi, ma ora tutto è divenuto nulla. Ed è in questa loro realtà che il Signore si fa compagno di cammino. Lui va loro incontro là nello stato in cui si trovano, li lascia esprimersi, sfogarsi, magari vuole che prendano coscienza di ciò che stanno dicendo, ma niente, loro sono chiusi nel loro dolore e delusione, non riescono a riconoscere il Signore, né il disegno di salvezza che Egli stesso aveva preannunciato. Gesù prende lo spunto da questo stato di prostrazione e abbandono (se ne stanno tornando a casa) dei discepoli e piano piano inizia a farli risalire a partire della proclamazione delle Scritture, su tutto ciò che riguardava la persona del Messia, cioè fa capire loro che anche la morte di Gesù entrava nel piano di Dio per il perdono dei peccati e che attraverso la sua passione tutti si sarebbero salvati. Mentre parla il Signore, i loro cuori ardono, sentono che qualcosa si sta mobilitando dentro e non riescono a cogliere cosa sia, è che loro conoscevano bene le Scritture, le leggevano ogni sabato nella sinagoga ed erano al corrente di tutte le profezie che riguardavano il Messia, ma non le avevano letto con la grazia dello Spirito, Gesù è il Signore Dio che cambia questo modo di leggere le Scritture, perciò arde il loro cuore, perché chi le spiega è il Signore della vita, è colui che può dare la luce necessaria per capire il vero senso della vicenda sul Messia liberatore.

Il Signore, che si è fatto compagno di cammino, vuole rispettare fino alla fine la libertà dei suoi, perciò fa il gesto di voler proseguire, vuole che siano i discepoli stessi ad invitarli. Durante il ministero pubblico è stato lui che ha chiamato i discepoli, ora vuole che siano loro a sceglierLo, che prendano la propria responsabilità nell’accogliere il Cristo a casa sua.

Poi la scena cambia totalmente, l’ospite è chi fa tutto, tutto si concentra nel Signore che è a tavola e fa la benedizione e il ringraziamento tipico di ogni pasto giudaico. Ma nel descrivere questo, Luca quasi ripete la scena dell’ultima cena, non solo ai discepoli di Emmaus, ma anche a noi fa accorgerci che questo compagno di cammino è proprio il Cristo Risorto! Al momento che loro lo riconoscono nello spezzare il pane, il Signore sparisce alla loro vista, ma ormai non hanno bisogno di altro, il loro cuore arde, loro sono nella gioia, è tornato a loro il senso di tutto, della loro vita, della loro sequela, delle loro attese e tutto questo è trasformato dalla luce della presenza del Risorto tra loro.

Qualche volta posso essere come uno di questi discepoli. Avere delle attese che non coincidono con le vere attese, con la volontà di Dio, e per questo ogni avvenimento mi fa stare triste, nel buio, mi sconvolge … è solo aprendomi alla novità del Vangelo, a rileggere i segni dei tempi come diceva San Giovanni Paolo II, che posso accogliere la luce della fede e con essa aprirmi alla novità di Dio, alla sua volontà che si manifesta nei gesti quotidiani come lo spezzare del pane, o l’incontro con uno sconosciuto sulla nostra vita. Il Signore dia a noi la grazia di mantenerci con gli occhi del cuore aperti e pronti a cogliere la testimonianza della Chiesa, che in Pietro si fa eco della Risurrezione del Signore.

Oratio:

La meditazione di questa Parola che il Signore mi ha donato si fa preghiera…

Resta con noi, Signore,

perché da soli non possiamo vedere la vita e il suo senso come tu vuoi che la vediamo.

Resta con noi, Signore,

perché abbiamo bisogno di te, delle tue parole, dei tuoi gesti.

Fa che non ci lasciamo prendere dal buio della miscredenza e della mancanza di speranza

affinché gustiamo nel nostro cuore la tua presenza che è viva e operante nella nostra vita, anche quando non sappiamo che cammini con noi.

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Seconda Domenica di Pasqua – della Divina Misericordia

aprile 23rd, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia …

Lectio:

Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola…

tomassoOggi, sono chiamato/a a fare la lettura di Gv 20,19-31, un passaggio lungo che mi permette di suddividerlo in due parti principali e con una conclusione, dunque una pericope ben “costruita”. Come mi rendo conto di questi dettagli? Dopo aver letto la prima volta il testo, rileggendolo colgo alcune differenze, per esempio di tempo: all’inizio si parla della sera dello stesso giorno (quello della risurrezione) e poi si parla di otto giorni dopo. Trascorre una settimana tra un’apparizione e l’altra del Signore, dunque ancora non è tornato al Padre, è rimasto trasformato, non lo riconoscono al vederlo. Tra i personaggi compaiono il Signore e i discepoli, senza la presenza di Tommaso la prima volta, poi, nella seconda venuta del Signore Tommaso c’è.

Ma ci sono anche degli elementi comuni a tutte e due le parti: sono riuniti “nella” casa, questo m’indica che non era un posto qualsiasi ma quello utilizzato abitualmente da loro, quello che la tradizione ha sempre riconosciuto come il cenacolo a Gerusalemme. Nella mia lettura spirituale, continuo a vedere delle frasi o parole che si ripetono: porte chiuse, pace a voi, in mezzo a loro, le mani e il fianco, i segni … questi particolari mi stanno invitando a porgere un’attenzione particolare, perché si ripetono?

Un altro accorgimento è l’argomento che si tratta in ogni parte: nella prima c’è un mandato specifico dopo il dono dello Spirito; nella seconda invece, c’è l’invito a costatare e credere, con il conseguente richiamo alla poca fede e la beatitudine di chi crede senza vedere.

Ci sono anche dei dialoghi: il Signore parla con i discepoli, questi con Tommaso, e di nuovo il Signore parla con Tommaso. La forza delle parole del Signore risorto si coglie dal silenzio e il comportamento dei discepoli: al suo invito di vedere i segni della risurrezione loro gioiscono, al dono dello spirito e il mandato di perdonare loro fanno silenzio: perché l’evangelista lascia questo silenzio aperto? Vuole indicare la serietà del mandato e la piccolezza dei discepoli, vuole anche indicare che questo mandato richiede la risposta libera di loro. C’è da domandarsi pure, se il mandato che il Signore dà, a somiglianza del Padre, è solo quello di perdonare i peccati o è un mandato più largo, di andare ad annunciare, perché loro immediatamente fanno l’annuncio dell’incontro con il Signore a Tommaso, e Gesù ha fatto questo durante la sua vita terrena, insieme al perdono dei peccati.

Lo stato d’animo viene anche descritto con chiarezza: i discepoli hanno timore prima e poi gioiscono quando vedono i segni della passione del Signore.

La conclusione poi, ci offre altri spunti: si parla di nuovo di segni, di fede, ma anche si dà dei titoli al Signore Gesù e la finalità per cui sono stati comunicati i segni.

Meditatio:

È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola

La lectio divina di questa domenica è molto ampia, ho trovato davvero tanti spunti che mi possono aiutare, ma io poi mi soffermerò solo su quelli dove il mio spirito sente la mozione di restare lì, l’altro lo lascio oggi.

L’amore misericordioso del Signore risorto si manifesta in maniera abbondante in questo brano: lui entra a porte chiuse, cioè dove c’è la paura e la chiusura, di sera … porta la luce, la pace e dunque toglie ogni paura. Lui è il centro di tutto e sta in mezzo a loro, tutti gli occhi lo fissano, quello che sperimentano i discepoli è meraviglia e gioia, quei segni ignominiosi della passione ora diventano segni di salvezza, perché indicano la vittoria sulla morte e sul peccato. Sono i segni i mezzi attraverso i quali riconoscono il Signore che ora ha un aspetto trasformato. Il Signore ha tanta misericordia che dà il tempo ai discepoli di riconoscerlo e poi dà loro il mandato che lui stesso ha ricevuto dal Padre suo: annunciare e perdonare i peccati. Il perdono dei peccati ora possono darlo perché lui si è offerto nell’ultima cena per il perdono dei peccati, ora abbiamo quest’avvocato grande e misericordioso presso il Padre che intercede per la nostra salvezza.

Il mandato è ricevuto dai discepoli, e loro lo mettono subito in pratica: annunciano a Tommaso la venuta del Signore, ma lui non accetta la mediazione! Tommaso pretende costatare di persona che il Signore è vivo, non gli basta la testimonianza dei fratelli. Ovviamente questo personaggio rappresenta coloro che non hanno visto di persona il Signore risorto e comunque sono invitati a credere attraverso la testimonianza e l’annuncio di altri, e nel credere anche loro diventeranno testimoni ed annunciatori per chi verrà, la catena non si romperà finché ci sia una fede accogliente. Ma qui Tommaso non si apre a questa fiducia. Il Signore dovrà avere pazienza con lui e di nuovo emerge l’amore misericordioso del Risorto che ricompare, otto giorni dopo, cioè ha dato tempo a Tommaso per credere all’annuncio. Così come nel vangelo di Luca Gesù mostra di avere un corpo e chiede da mangiare, qui invita a Tommaso a penetrare i segni della passione, e l’evangelista Giovanni descrive quest’atteggiamento con molta minuziosità, lui vuole che anche noi sentiamo la forza e “sperimentiamo” quasi di palpare i segni della grazia … Non ci dice che poi Tommaso l’abbia fatto, ma si racconta la sua professione di fede, una professione molto carica a livello teologico: “mio Signore e mio Dio”, cioè riconosce il Cristo Risorto e che è proprio Dio, ma non solo, è il Signore e il Dio suo, c’è un rapporto di appartenenza mutua che sgorga non solo di quest’esperienza, ma anche da quando Gesù era il loro Maestro e lui aveva spronato gli altri discepoli ad andare verso Gerusalemme a morire con lui o quando gli chiese la via per seguirlo. È vero che Tommaso è miscredente, come le dice Gesù, ma nel vangelo di Giovanni si lascia capire bene, che lui aveva un rapporto speciale con il Signore, il suo nome o appellativo: didimo, vuol dire gemello, più di un autore si è domandato se non lo chiamavano gemello del Signore, non solo per la somiglianza fisica, ma per il rapporto con lui.

Infine, tutto questo racconto porta proprio ad aprirsi alla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio perché questo porta alla vera vita. Tutto ciò che è stato scritto nel IV Vangelo, questo episodio, tutto ha un unico fine: accogliere il Figlio di Dio, perché la vita si è fatta visibile e le tenebre non l’hanno accolta, ma a coloro che credono Dio ha dato grazia su grazia: la vita eterna che il suo Figlio ha acquistato a prezzo del suo sangue.

Oratio:

La meditazione di questa Parola che il Signore mi ha donato si fa preghiera…

Ripeto in silenzio e più volte: “Signore mio e Dio mio”

Oppure:

Signore mio, che la tua pace ricada su di me e mi copra,

che il tuo amore misericordioso tocchi il mio duro cuore

e lo faccia docile alla fede in te, ad accogliere l’annuncio della tua Chiesa.

Dammi la grazia di diventare anch’io testimone della tua risurrezione.

Oppure: Si può recitare il Credo Apostolico

Contemplatio

Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…

Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

Domenica di Risurrezione – A –

aprile 16th, 2017 Posted in Lectio Divina della Domenica

Prima d’iniziare mi metto alla presenza del Signore, chiedendo il dono del suo Spirito Santo perché possa pregare la Parola guidato/a da Lui, docile come Maria, attenta e disponibile a lasciarmi trasformare come il Signore voglia
descargaLectio:
Leggo il Vangelo di questa domenica, lo rileggo e scruto ogni parola, verbo, mi soffermo nei personaggi che compaiono. In questa lettura spirituale della Parola, nella quale uso il mio intelletto, non mi affretto, lascio che il mio essere interiorizzi la Parola …
Il Vangelo che la Liturgia oggi ci offre è Gv 20,1-9, chiamato anche “del sepolcro vuoto”. Prendo questa Parola bellissima e la leggo con attenzione, ne faccio una seconda lettura. Attenzione: ci sono tre personaggi di rilievo: Maria Maddalena, Pietro e il discepolo amato.
Di tutti e tre si dice che corrono e che videro, ma … con intensità diversa! Infatti, la distanza che c’è dal giardino dove era stato sepolto il Signore fino al cenacolo, dove molto probabilmente erano i discepoli, è considerevole, quindi non è così naturale che loro corrano, … e lo fanno tutti e tre. Mi rendo conto quindi che è un messaggio dell’evangelista che vuole mostrare il movimento, l’impulso a cercare il Signore, la fretta per incontrarlo. Ma solo il discepolo amato corre più veloce … come a dire che è l’amore che spinge il movimento, e lui aveva un rapporto davvero intimo con il Signore, era amato e amava il Signore con tutto il cuore.
Si ripetono i verbi del vedere, ho detto prima che i tre discepoli vedono, ma non in forma uguale e l’evangelista sottolinea questo usando verbi diversi che noi non possiamo cogliere bene dalla traduzione. Per Maria si usa il verbo blepo che indica un vedere fisico, semplicemente: vedere, senza concentrarsi, senza interiorizzare. Per Pietro si utilizza il verbo theorein che indica un osservare, vedere con attenzione e scrutare con la mente ogni cosa. Per il discepolo amato si usa pure blepo quando arriva al sepolcro e rimane fuori, ma poi, quando entra si usa un altro verbo: orao, che vuol dire guardare, contemplare, vedere con il cuore, la mente e tutto l’essere.
Infine, ci sono i “segni” che parlano da soli! Il sepolcro è vuoto, non c’è il corpo del Signore che era stato deposto là. La pietra è ribaltata … i teli sono posati là e il sudario è piegato e si trova in un altro posto. Il sepolcro mi indica che non c’è nessun morto … la pietra che qualcosa di misterioso e grande è successo perché essa era molto pesante per spostarsi da sola o da una sola persona. I teli e il sudario poi, mi indicano che il corpo non è stato rubato, perché essi si trovano ordinati, nessun ladro lascia le cose ordinate e meno le bende che hanno avvolto un cadavere!
Meditatio:
È il momento di capire il senso del testo, nella meditazione colgo il messaggio, mi detengo a ripetere poi, ciò che mi ha colpito maggiormente… Poi l’attualizzo con la mia vita, mi lascio confrontare con la Parola
In questa domenica, come ho potuto comprendere nella lectio, la Parola è ricchissima e piena di messaggi, non c’è solo un senso o un messaggio. Proviamo a cogliere alcuni più importanti:

Questo vangelo parla di “discepoli”, sono coloro che avevano seguito il Signore da vicino durante tutto il suo ministero pubblico. Loro si mobilizzano di fronte alla possibile perdita del corpo del loro Maestro, perdere Gesù completamente è troppo per loro, hanno bisogno di aggrapparsi a qualcosa, almeno un corpo morto, ma Dio vuole farli fare un passo in più, Giovanni ce lo mostra con la corsa più veloce del discepolo amato. Quando amo, mi mobilito di più, non ho tempo da perdere, cerco, voglio vedere … guardare … contemplare.
Nei verbi del vedere c’è un vero e proprio progredire, la fede richiede questo cammino, loro non vedono allo stesso modo perché la loro persona è diversa, hanno una storia diversa con il Signore e la loro personalità si mostra con una fede ancora in gradi distinti: Maria ama, crede, ma è troppo ferma al rapporto umano, infatti più avanti il Signore le dirà di non trattenerlo. Pietro crede, ma nel momento della prova è stato debole e ora vuole rendersi conto bene cosa sta accadendo, non vuole più essere impulsivo come sempre, vuole osservare, comprendere. Il discepolo amato, guarda, e al guardare lo fa con il cuore per questo si apre alla fede. Ma cosa crede? Il testo rimane nel silenzio, il discepolo ideale, quello modello per noi, crede che il corpo non è stato rubato, vede i segni e questi gli parlano, non è ancora la fede completa, di fatto si dirà al v. 10 che i discepoli se ne andarono a casa, cioè come se non avessero capito niente. Il discepolo crede che è successo qualcosa di straordinario, ma non riesce a coglierne il senso profondo, non si è incontrato ancora con il Signore risorto, non ha ricevuto lo Spirito e dunque la sua fede deve ancora crescere.
Quale dei discepoli son io? Come mi mobilito per cercare il Signore? Come vedo i segni che si presentano nella mia vita: persone, avvenimenti, ecc? Cosa sta dicendo la Parola a me, ora?
Oratio:
La meditazione di questa Parola che il Signore mi ha donato si fa preghiera…

      Ti lodo, Signore della Vita!
      Perché davvero ti riveli ai piccoli e semplici
      e vuoi che io mi apra alla tua manifestazione.
      Donami occhi attenti, aperti, docili
      per vedere e guardare ciò che tu mi vuoi mostrare,
      per cogliere il tuo messaggio che mi trasforma e mi rinnova
    a partire dalla tua Risurrezione. Amen

Contemplatio
Entro nel cuore di Dio, il mio centro solo deve essere Lui, il suo Figlio, lo Spirito Santo, solo Dio… quella Parola che mi aveva colpito la faccio mia, mi dovrebbe aiutare, come anche il silenzio, ad aprire il mio cuore a Dio. La contemplazione, non è un andare in estasi o vedere Dio con gli occhi del corpo, è sentire profondamente la sua presenza che invade il mio essere, è silenzio, è pace…
Alla fine della preghiera, ringrazio sempre il Signore per i doni che mi ha concesso e mi offro a Lui perché si compia in me la sua Volontà.

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